
Sono sempre di più le bambine e le ragazze coinvolte nei conflitti armati che partecipano direttamente alle ostilità.
Si tratta di bambine e ragazze particolarmente vulnerabili, spesso rimaste orfane di entrambi i genitori, uccisi durante i combattimenti, o che vengono rapite durante le incursioni dei gruppi di ribelli.
Le ragazze rimaste orfane tendono a cercare rifugio e protezione negli eserciti per sfuggire alle dure condizioni della vita di strada, ma una volta arruolate vengono ridotte in schiavitù, costrette a soddisfare i desideri, anche sessuali, dei combattenti. Subiscono ripetutamente violenze e abusi. Il rischio di contrarre HIV/AIDS ed altre malattie sessualmente trasmissibili è molto elevato, così come le probabilità di restare incinta.
I programmi di disarmo, smobilitazione e riabilitazione dei bambini soldato devono tenere in considerazione le bambine e le ragazze e il loro specifico vissuto.
Al contrario, invece, spesso accade che nelle iniziative di intervento a favore dei bambini coinvolti nei conflitti, le ragazze, pur avendo il maggior bisogno di cura e di protezione, sono spesso escluse.
Le ragazze vengono dimenticate innanzitutto perché sono poco disposte a farsi avanti, in quanto questo significa venire identificate dalla comunità come “mogli” dei combattenti o a fare identificare i loro figli come “bambini dei ribelli”.
Le ragazze rimasta incinte durante il periodo in cui facevano parte degli eserciti devono affrontare il severo giudizio della loro comunità d’origine. Le comunità tendono a stigmatizzarle ed emarginarle perché si sono unite ai gruppi di ribelli e tendono ad attribuire alle stesse ragazze la colpa di quanto loro accaduto.
La nascita di figli da relazioni iniziate con il rapimento e la violenza ha spesso come conseguenza anche il fatto che i gruppi ribelli rifiutano categoricamente di lasciar andare le ragazze, nonostante si siano assunti l’impegno di rilasciare i bambini soldato. In molte situazioni di conflitto, in Liberia, in Sierra Leone e nella Repubblica Democratica del Congo, i combattenti sono stati riluttanti a rilasciare le ragazze e le hanno tenute prigioniere asserendo che si trattava delle loro “mogli”.
Nonostante siano state predisposte strutture distinte per i ragazzi e le ragazze e programmi specifici che prestano attenzione alle questioni di genere, in determinati Paesi, come la Repubblica Democratica del Congo, la maggior parte delle ragazze continua a rimanere esclusa dai programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione nelle loro comunità.
Tutti questi fattori rappresentano le sfide che la Comunità internazionale deve affrontare e, spesso, le risorse disponibili sono scarse rispetto alla complessità di tali obiettivi.
Per saperne di più:
Amnesty International, Un inadeguato processo post-guerra discrimina donne e ragazze, 2008
Save the Children Italia, Bambine senza parola, il diritto all’educazione per le bambine nei Paesi in guerra, 2007
Save the Children UK, Forgotten casualties of war: girls and armed conflict, 2005
La Commissione sullo Status delle donne del Consiglio Economico e Sociale delle nazioni Unite nella sua 51esima sessione “L’eliminazione di tutte le forme di violenze nei confronti delle bambine” (26 febbraio-9 marzo 2007), ha affrontato anche la questione delle bambine soldato ed in proposito è intervenuta Radhika Coomaraswamy, Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per i bambini e i conflitti armati.